domenica, novembre 08, 2009

senza titolo

Ho dovuto piangere la mia bolla di dolore, per Edoardo, per Pepé, per la dolcissima Elisa, per Pamela, per Alberto e Marialinda, per Olmo, per Giorgia, per Elena e la sua bambina. Ho dovuto piangere la mia sofferenza per i loro occhi un po’ storti, un po’ distratti, per i loro movimenti sgraziati, per la lingua di fuori o la cantilena infinita o l’incontinenza inarrestabile e spossante. Ho pianto per te, che non li avresti fatti nascere, e per i loro genitori, che possono aver pensato alla fatica, a mollare il colpo, al perché mai sia toccato proprio a loro. E ho pianto per me, che sono come te, per la mia miseria di fronte a tanta grandezza, per la logica rigida dietro alla quale mascheriamo la nostra paura del dolore, della fatica, del disagio. La mia ipocrisia, di me che dichiaro che è per il loro bene, per evitare una sofferenza, perché per i figli si desidera una vita migliore. Ho pianto per questo nostro povero cuore arido, gelato dalla logica e dalla paura, un noce enorme piantato in un vaso piccino. Ho pianto per il peccato di fronte a Dio e alla vita nel negare la vita a chi non è perfetto, non è sano, non è giusto. Ho pianto amaramente per la mia inettitudine nell’affrontare una vita che non sia disegnata con la squadra e la riga. Una vita che non sia ideale come la perfezione, una vita in cui io decido quello che è giusto o è sbagliato. Una vita di cui non so cogliere il mistero, la grandiosa potenza, l’infinita bellezza dell’altro, di noi, qualunque forma abbiamo, qualunque male ci trasciniamo, qualunque gene ci abbia segnato, qualunque vita ci capita di vivere. Piango per la nostra infinita limitatezza nel capire e per la nostra infinita presunzione nel decidere. Piango per noi, poveri piccoli uomini, che amo così tanto.

giovedì, ottobre 29, 2009

Sul nido del Nibbio Bruno

grazie
per la tua ospitalità
nel tuo nido
Nibbio Bruno
peccato
non ci sia posto
per i libri
e per la dispensa
ma ci faremo bastare
il cielo

Walter Rossi

domenica, ottobre 18, 2009

Far far

And you can't always get what you want

Guardare un vecchio video in tv mentre nelle cuffie ascolto una canzone differente
Andare a visitare quei posti straordinari che vedo nei miei sogni

Il dolore della separazione è l’unico vero dolore. Separazione da chi amiamo, da ciò che siamo, da quello che perdiamo nel tempo e nello spazio. La felicità è fatta di unione, di condivisione. Per questo la Natura ha trovato nel congiungimento il mezzo per trasmettere la vita: nel contatto più profondo che riusciamo ad avere con un corpo fisico, nelle necessità più assoluta che ci spinge. Quel congiungimento che è perfetto nella madre che porta in sé il figlio. E che per tutta la vita il figlio ricerca.

E poi ci sono dei periodi in cui va così, in cui ti senti così completo da aver bisogno di stare da solo. Il compagno, i figli, le persone con cui condividi la giornata di lavoro, gli amici, le relazioni vitali che hai stabilito: tutto deve aspettare perché il silenzio ti chiama prepotente per sussurrarti alcune spiegazioni. E tu hai una sete assoluta di ascoltare solo quello: il tuo caro silenzio.

domenica, ottobre 11, 2009

adoro la voce del cantante degli Arctic Monkeys

Una fitta di nostalgia. Un coltello che entra piano nella carne viva, affilatissimo e delicato. Prima fende la pelle lasciandosi alle spalle una lacrima di sangue limpido, poi affonda nel primo strato, sottile, bianco. Arriva al muscolo, lo penetra, doloroso. Il ricordo di ciò che è passato, di ciò che è perduto e non tornerà mai più. Di quel tempo ormai davvero lontano. Di quel sentimento di speranza, innocenza e incoerenza, in attesa della bellezza. Ora, proprio ora che la bellezza è qui, viva e palpitante. Il dolore di dire addio a quanto è stato e a quanto non sarà mai.
Una porta lasciata chiusa, un sentiero non percorso, una frase non detta.
E quanta tenerezza per quell’ombra di donna, poco più di una bambina, che si faceva domande che ora hanno risposte certe e soddisfacenti. Che diritto aveva la vita di darmi spiegazioni e lasciarmi poi in balìa della realtà? E che fatica ricostruire sogni e speranze diversi, reali e coerenti
– perfino nel sonno! –
e che profonda ingiustizia essere cacciati dall’Eden. Che dolore amare anziché innamorarsi, e che fatica conquistare una felicità serena anziché l’umorale, ormonale follia della vita drogata di entusiasmo di prima.
E in questo colore dorato di pace e appagamento, mentre il sole riscalda le mie gambe dopo il risveglio pieno del pomeriggio appassionato, sfogo la mia malinconia e mi abbandono a un’attività che detesto: ricordare.

domenica, settembre 20, 2009

Gregorismi

"Piove a dilusso"

C'era una volta

C’era una volta una splendida principessa. Era alta, con un fisico sportivo e due spalle da nuotatrice, una zazzera di capelli castani con le meche – perché comunque era una donna vezzosa – e due grandi occhi verdeazzurri. Le piaceva vestire sportivo e fare tante cose divertenti come andare in bicicletta per la campagna, dipingere sui muri, leggere un sacco di libri, fare fotografie, raccogliere la verdura nell’orto. Proprio con la bella verdura del suo orto sapeva preparare torte salate e sformati deliziosi. Si dilettava infatti anche di cucina e nella stufa di casa sua cuoceva ogni genere di prelibatezze.
La sua vita scorreva piacevole e tranquilla, tranne che per una fastidiosa nota stonata, in tanta perfezione: la principessa non trovava un principe di cui innamorarsi. Non che ci stesse poi così male; aveva un gatto a righe arancione che le faceva le fusa, si concedeva lunghe dormite tra cuscini di piume (senza scomodi ortaggi sistemati a tradimento sotto il materasso) e aveva tanti amici con cui farsi grasse risate. Però ogni tanto, quando il tramonto trasformava le nuvole rosa in oro zecchino, il suo cuore cominciava a sospirare di nostalgia per qualcosa di indefinito, per una sensazione di completezza che un po’ le mancava.
E poi, la cosa più scocciante era sua madre, la Regina, una donna severa e alta, con una corona ancora più alta dalle decorazioni aguzze e dagli abiti sontuosi. Quando la principessa la andava a trovare, la Regina sua madre la conduceva nella stanza degli orologi ad aiutarla a fare la polvere. Qui la principessa, con un piumino giallo e rosa, aiutava la regale madre a spolverare ogni genere e tipo di orologio: c’erano pendole a muro e a colonna, piccole sveglie intarsiate, grandi orologi da parete, clessidre, meridiane, orologi a cucù dei più bizzarri, oltre naturalmente a una collezione infinita di orologi da polso e cipollotti da taschino. Il ticchettio di tutte quelle lancette produceva un rumore talmente monotono e assordante che quando finalmente usciva dalla stanza, alla principessa a volte veniva quasi da vomitare per la nausea e il mal di testa fortissimi che le provocava.
Prima di questo rito, la Regina intratteneva la figlia sempre con lo stesso discorso:

“Il nostro regno arriva fino al mare, figlia cara. Io sono una donna appagata, ho gioielli, abiti, questo grande castello. Ma sto invecchiando, e anche tu non sei più una bambina. In altri tempi saresti considerata perfino una zitella! Quando pensi dunque di prendere marito e dare dei nipoti a me e al tuo maestoso padre?”

Le prime volte la principessa aveva preso questo discorso un po’ sul ridere: trovava quella sua madre decisamente antiquata. Non si facevano mica più tanto presto, i figli! Ma dopo qualche anno, la consuetudine si era trasformata in fastidio e ora in un vero disagio.
“In effetti”, considerava la principessa, “le mie possibilità di riprodurmi si stanno riducendo con l’aumentare degli anni: forse la regal mamma non ha completamente torto. Le mie amiche sono accasate, figliate, e perfino separate: io, sempre qui, immutabile nella mia singolitudine.”
Così una sera, di ritorno dal castello dei genitori, sfinita dal rumore delle lancette, dalle parole della madre e dagli sguardi silenziosi ma carichi di sottintesi del padre - perché i padri spesso preferiscono usare il linguaggio degli occhi -, la nostra principessa decise di organizzare una cena.
Avrebbe invitato tutti i principi che conosceva e li avrebbe riuniti attorno a una tavola. Rotonda, naturalmente.

Venne il giorno prescelto. La principessa aveva preparato la sua migliore parmigiana: era famosa tra tutti i regni vicini per la squisitezza delle sue melanzane fritte e la delicatezza della salsa di pomodoro che usava. Tra splendidi candelabri colorati dalle forme sinuose e piatti di fine porcellana decorata a mano, posate di design e tovaglioli di lino candido, i principi si prepararono ad assaggiare la delizia sfornata dalla testa coronata di cui erano ospiti.

Il primo principe esclamò: “Squisita! Ci abbinerei però un moscato di Stranalandia del 1912 per esaltarne il retrogusto amaro con le sue sfumature… come quella volta in cui, nella nostra tenuta in Provenza, riuscii a coordinare gli aromi fruttati del nostro rosso barricato di mezza montagna con una bistecca di struzzo cittadino allevato solo a funghi”
La principessa storse il naso.
Il secondo principe fu talmente ingordo da introdurre rapidamente il boccone tra le labbra senza verificarne la temperatura, e si scottò la lingua.
La principessa storse ancora il naso.
Il terzo principe dichiarò che era allergico alle melanzane, poteva assaporare solo il pomodoro crudo condito con l’olio ma non il sale, e che aveva sviluppato un’intolleranza al lattosio che gli impediva di assaggiare la mozzarella contenuta nel piatto. Avrebbe sgranocchiato un cracker per celiaci, che non si offendesse.
Inutile dire che il naso della principessa…
Con gomiti ben stretti al busto, il quarto principe preparò con cura il boccone, lo portò alle labbra e assaporò la pietanza con cura mistica, ruminando una trentina di volte e facendo schioccare il palato al termine della degustazione. Dopodichè si complimentò con la cuoca e le chiese la ricetta.
La principessa, stavolta, sollevò gli occhi al soffitto.
Il quinto principe ridendo le sfilò la teglia dalle mani, la rovesciò direttamente sul piatto facendo colare il sugo unto sulla tovaglia, ingurgitò una porzione da sei e concluse l’olimpica prestazione con un rutto sonoro che fece muovere la piuma sul cappello del suo vicino di posto. Poi chiese cosa c’era in serbo per il dessert.
La principessa rise e pensò che ci avrebbe volentieri giocato a playstation.
Il sesto coronato gustò piacevolmente quanto gli era stato messo nel piatto, ringraziò educatamente, ascoltò la conversazione sorridendo gentilmente, si intrattenne chiacchierando un po’ con tutti, si dimostrò affabile e di compagnia.
La principessa fu felice di averlo incontrato. Ma ahimè, niente nel suo cuore le dava segnali speciali.
Infine il settimo principe mangiò senza particolare interesse quello che aveva nel piatto, ascoltò annoiato le conversazioni altrui, buttò lì una citazione di Hegel, chiese chi fosse interessato a organizzare un torneo di calcetto, si scolò una bottiglia di rosso e mezza di bianco oltre allo spumante, infine si rollò una canna che nessuno condivise e si addormentò con il filtro spento che gli spenzolava dalla bocca, mezzo rovesciato sulla sedia che per fortuna aveva i braccioli.
La principessa si fece aiutare a sollevarlo e infilarlo russante in un taxi, sperando di averci azzeccato con l’indirizzo del reame.

Quindi congedò anche gli altri illustri ospiti, richiuse alle sue spalle il portone di casa e tirò un sospirone. Poi mise l’ultimo cd degli Arctic Monkeys e si predispose a caricare la lavastoviglie, canticchiando.

sabato, settembre 12, 2009

Le mie calze nuove!

domenica, giugno 21, 2009

Remo De Niccolò

Pensavo che non fosse rimasto niente di lui. Di quel minuto, troppo piccolo professore di greco e latino del liceo. Di quell’omino che pareva una scimmietta, con gli occhi nocciola cerchiati di celeste che trapassavano di attenzione durante le interrogazioni. Quello strano uomo con l’aria da folletto che parlava in greco antico come in italiano, che spiegava la letteratura remota con passione distratta, che durante i compiti in classe si ritirava dietro all’Unità perché convinto della nostra responsabilità di fronte alla vita. Quel piccolo uomo anziano con le rughe attorno alla bocca che aveva una testa gigantesca, dentro. Un uomo bambino che amava tutte le donne e nessuna. Che è scivolato nell’Alzheimer in silenzio, senza il calore di una famiglia, senza una moglie e dei figli che se ne preoccupassero o lo maledicessero.
Pensavo con tristezza che non trovo libri scritti da lui, Google non ne riporta il nome, la scuola non gli ha dedicato una targa lucente né un’aula prestigiosa. Pensavo che fosse svanito nel nulla, cancellato dal mondo in cui è passato in punta di piedi, di piedini piccini picciò.
A quale senso ci sia nel vivere senza lasciare traccia, senza che niente di ciò che hai amato, provato, vissuto, per cui hai pianto o palpitato possa rimanere. A cosa servano tutte queste emozioni, a cosa le gioie e le lacrime, e come sia possibile che così tanto come la vita di un uomo possa sparire nel niente della polvere.
E alla fine ho capito che invece era qui, nei miei pensieri, che la sua passione non era andata perduta e in qualche modo, nel suo modo, aveva lasciato una traccia. L’unica che in fondo, possiamo lasciare tutti noi: un ricordo affettuoso.